Agosto a Palermo: basole infuocate e mura abbaglianti. Ma nei chiostri del Museo archeologico, attorno alle fontane di marmo, permane un’ombrosa frescura. Giro svagata per le sale e mi fermo davanti a un satiro vendemmiante.
Era lavoro di masculi svacantare ceste d’uva e manovrare il torchio sotto lo sguardo di vecchi e bambini inebriati dall’odore acre del mosto e da quello pungente delle vinacce. Appollaiato sul muretto del catoio in cui da anni viveva recluso, zu’ Pepi sorseggiava il mosto spumoso, lo odorava, discorreva della vinificazione e azzardava previsioni sul futuro vino: acitu – scadente –, si bivi liscio liscio – leggero e gradevole –, bell’impostatu – corposo. Gli altri lo ascoltavano in ammirato silenzio: lui di vino ne sapeva assai. La sera raccontava, sorseggiando il vino dell’anno precedente. Figlio di puvirazzi, era fiero di aver lavorato da caruso con i tombaroli. Estraeva anfore e vasi dalla terra senza scalfirli, ricomponeva frammenti con maestria. E aveva imparato a conoscere il mondo antico attraverso le decorazioni delle anfore. “Troppo belle erano.”
Poi, la Grande guerra: lui ci perse tutti i fratelli, ma il comandante, che gli voleva bene assai, lo salvò destinandolo alle cucine degli ufficiali. Lì imparò a conoscere i buoni vini. Dopo il congedo non trovò lavoro in paese: bisognava calare la testa e trovarsi un “amico”. Decise di raggiungere uno zio in America.
Conobbe la vera paura quando si imbarcò per Novaiorche. Si sapeva che, un viaggio sì e uno no, il proprietario della nave faceva gettare i passeggeri in alto mare; poi il bastimento vuoto ritornava leggiu leggiu in porto e ripartiva con un altro carico di emigranti. Così quello svergognato s’era arricchito presto. Zu’ Pepi si cacava addosso per la paura di morire e si tenne in salute bevendosi tutto il vino destinato ai parenti americani. “Binidittu u vinu e cu l’inventò,” diceva, e citava storie bibliche ed evangeliche. “Vino, non acqua, vulì u Signuruzzu p’a santa Missa, e ragione avia!” Ma a Novaiorche ci arrivò e lì incominciò a lavorare in un ristorante; sperava di essere messo in regola e diventare americano; si studiò perfino la Costituzione. Poi venne il proibizionismo: era illegale bere, produrre e vendere alcolici. Un sopruso. Lui sapeva che la libertà dell’individuo è sacra e credeva fermamente di avere il diritto di farsi il vino a casa propria, per consumarlo da solo o con i cugini. E così fece. Indagato dalla polizia, scappò in Sicilia prima di essere arrestato. Tornò in paese nudo e crudo, come l’aveva lasciato.
Trovò un posto come cuciniere in una locanda. Si faceva i fatti suoi; non era interessato alle fimmine, e nemmeno al fascismo. Lo chiamavano garrusu. Venne bastonato e minacciato di morte. Un pestaggio particolarmente brutale lo traumatizzò: si nascose in casa di un nipote contadino e ci rimase. Si buscava il pane intrecciando cavagne per la ricotta, e non lasciò più il baglio, nemmeno dopo la sconfitta del fascismo. Vero era che Mussolini non c’era più, ma quelli che lo volevano morto assai potenti erano rimasti. Non era una brutta vita, la sua, il vino gli faceva compagnia. “U vinuzzu rallegra; bisogna conoscerlo e arrispittarlo: cose maravigliose capitano quando si beve, basta taliare i vasi antichi,” diceva zu’ Pepi, e si dilungava in grafiche descrizioni di feste dionisiache, riti propiziatori e storie mitologiche, abbellite dalla sua fervida immaginazione. Favorita era la storia dell’anfora trovata in cocci e incollata da lui così bene da renderla indistinguibile dalla sua gemella, esposta intatta nel museo di Palermo: l’aveva vista con i suoi occhi, dapprima aveva persino creduto che fosse la sua!
Eccola, l’anfora lucana su cui il Pittore di Locri dipinse un ciclo dionisiaco: donne che si imbellettano in attesa dell’amato, giovani baldanzosi rinvigoriti dal nettare afrodisiaco, orge, ebbrezza, solidarietà e poesia in un contesto di prorompente sensualità e al tempo stesso religioso – tale e quale l’aveva descritto zu’ Pepi. Come gli antichi Greci, aveva capito che il vino ben dosato esalta l’uomo, ne sublima sensi e intelletto e lo avvicina alla divinità.
Biografia
Simonetta Agnello Hornby è nata a Palermo nel 1945. Avvocato minorile e giudice, ha concluso gli studi giuridici in Inghilterra. Risiede dal '72 a Londra, dove attualmente è presidente del Tribunale di Special Educational Needs. Il suo studio legale nel quartiere di Brixton lavora per lo più con la comunità nera e musulmana. Si è occupata della donna nel mondo arabo ed è autrice di testi legali dedicati all’infanzia. Il suo primo romanzo, La mennulara (la “raccoglitrice di mandorle”), è stato un vero e proprio caso letterario, è stato a lungo ai vertici delle classifiche ed è stato tradotto in dodici lingue. È una grande storia siciliana, che si dipana nell'arco di un mese – dal 25 settembre al 23 ottobre 1963 – nel paese inventato di Roccacolomba, in provincia di Agrigento. Il successo si è ripetuto con La zia marchesa e Boccamurata, ambientato nella Sicilia di oggi.
Premio Letterario Forte Village 2003 , Premio Stresa di Narrativa 2003 , Premio Alassio 100 libri - Un autore per l'Europa 2003.