Alla fine del prossimo mese, Paolo Gioachin – mio amico e sodale dai tempi delle superiori – convolerà a nozze. Una cerimonia sobria all’imbrunire, seguita da una cena con gli amici nel cortile di casa. Da quando gli inviti sono stati distribuiti, tutte le nostre vecchie conoscenze – compagni di scuola, ex fidanzate, amici persi di vista – hanno unito le forze per acquistare un regalo denso di significato, e organizzare lo spostamento fino a San Bartolomeo in Bosco con il minor numero di auto possibile.
Di tutto questo sono stato informato solo per telefono, purtroppo. Da qualche tempo mi trovo a Vilnius per lavoro, e so già che non riuscirò a essere presente al matrimonio: la Lituania è virtualmente al di fuori delle rotte internazionali. Questo significa che durante la cena non potrò alzarmi, tenere un breve discorso e proporre un brindisi, come sogno di fare da anni. Così, mi limiterò a raccontare questo aneddoto per iscritto, e chiedo a qualcuno – al nostro inseparabile compagno di avventure, Stefano – di darne lettura.
Dunque. Era la fine di maggio. Mancavano poche settimane alla maturità. All’epoca, Paolo mostrava già la calma e la saggezza di un insegnante di religione, Stefano aveva appena scoperto la passione per i motori, e io – be’, io guardavo decisamente troppi film. Sapevo che alla fine del liceo ciascuno di noi avrebbe preso strade diverse, e volevo che della nostra amicizia restasse qualcosa di memorabile. Così, da mesi insistevo perché seppellissimo una bottiglia di vino in qualche luogo remoto, simbolico. A distanza di anni, pensavo, saremmo tornati nello stesso luogo a riesumarla, per celebrare il passato. Esattamente come nel film Fandango, con Kevin Costner.
Ancora non sapevo, allora, che l’epopea hollywoodiana è difficilmente riproducibile nella vita di tutti i giorni. Nonostante la colletta, dovetti accontentarmi di una bottiglia di rosato, anziché il Dom Pérignon del film. In più, Stefano stabilì che il punto ideale dove interrarla sarebbe stata la golena del Po, che in quel periodo dell’anno era terreno di scontro tra bande rivali di motocrossisti. A nessuno dei tre balenò il sospetto che in caso di piena la bottiglia potesse essere sommersa dalle acque, o andare perduta. Un sabato sera ci mettemmo all’opera. Stefano prese il fuoristrada del padre, Paolo si dotò di una vanga e io mi studiai qualche battuta del film per dare maggiore solennità alla cosa. Parcheggiammo tra due salici, con i fari accesi. Poi, a turno, ci mettemmo a vangare, finché qualcosa di solido e compatto non ci impedì di proseguire. Fu allora che, con un brivido, ci accorgemmo del telo di plastica che affiorava dal terriccio smosso. “Ragazzi,” dissi, dimenticato Fandango, e con la mente già a Twin Peaks. “Qui c’è un cadavere.” “Sì,” confermò Stefano. “È molto probabile. Se gli hanno mozzato le dita, è una vittima della mafia russa.” Calò il silenzio, e restammo lì immobili per un pezzo.
“Ah,” disse Paolo, alla fine. “Lasciamo perdere, dai. Andiamo a casa mia a berci qualcosa.” Inspiegabilmente, nessuno obiettò. Gettammo la vanga nel bagagliaio e ripartimmo alla svelta, dimenticando il rosato. Arrivammo a San Bartolomeo dopo la mezzanotte, ma in cucina trovammo ancora un paiolo di trippa cucinata da sua madre per cena. Paolo scese in cantina e tornò con un vino imbottigliato dal padre – un vino casereccio, pungente, dolce e acidulo al tempo stesso. Il clinto. Non era la prima volta che lo assaggiavo, ma per la prima volta lo gustai.
La storia finisce qui, più o meno. Tornati al fiume, il giorno dopo, ci accorgemmo che il telo era solo uno dei tanti residui lasciati dall’acqua, ma ormai l’illusione cinematografica era svanita. E in fondo sono contento che sia andata così. Oggi, dopo tutti questi anni, non c’è nessuna bottiglia di champagne da riportare alla luce – non c’è nessun film da imitare – ma c’è qualcosa di nostro. Se fosse per me, adesso, saprei con quale vino brindare a questa nuova avventura.
