Lo capisce subito J, il mio trovatello bastardo, quando finalmente mi decido a inerpicarmi su per la vigna. Esulta, comincia a balzarmi intorno scodinzolando, mi precede a salti, se indugio abbaia la sua protesta. Adora sbucarmi d’infilata tra le gambe dietro un palo, a capofitto, evitando chissà come di sbattere nei ceppi o d’incastrarsi nel groviglio rigoglioso dei tralci legati al filo di ferro. Ma stasera è diverso, entra in casa, emette un soffio gutturale selvatico, atavico, che gli sgorga dal profondo, quasi fosse un ululato. Mi sta chiamando. Più che eccitato, ansioso. Lui che non ha mai morso nessuno in vita sua, delicatamente tira coi denti il lembo dei miei pantaloni. Esco e J schizza verso i filari. Torna indietro, sta chiedendomi di seguirlo nel tramonto monferrino - e pazienza se è l’ora delle zanzare - quasi ricordasse che di lassù, dal bosco di gaggie piemontesi che abbraccia la vigna, un giorno sbucò come dal nulla sua madre per consegnarci il cucciolo nato chissà dove e da chi, una vita timida e misteriosa. Da allora è di famiglia in cascina, J è uno di noi. Ma cosa gli è preso? Irriconoscibile. Guaisce ancora se devio dal percorso ripido e intricato che mi sta imponendo con prepotenza sconosciuta. Lo seguo, non posso fare altrimenti. Saremo al ventesimo filare, proprio al confine tra il settore della barbera e le prime piante di nebbiolo, che s’intrufola tenendo il muso basso, col naso già tutto impiastricciato di terra. Eccolo, il covo. Se gli uomini sapessero di aver rubato quel nome, covo, riempiendolo di significati criminali e minacciosi, a una natura che l’aveva concepito invece quale rifugio provvidenziale per le sue creature più indifese… Due leprotti si accucciano mimetizzati nel covo, minuscolo buco di terra calcarea scavato dalla pioggia fra un ceppo e l’altro. Muovono appena le orecchie, paiono abbracciati in una confusione di pelo indistinguibile perché ha lo stesso colore del tufo e dell’argilla che rendono unico il profumo del vino generato qui. J annusa i leprotti, abbandonati come lui da una madre forse costretta alla fuga da cani dotati d’istinto cacciatore, a lui del tutto estraneo. La memoria suscita in J la condivisione? Mi chiede di soccorrerli, io che annovero la lepre in salmì fra i miei piatti preferiti da accompagnare con la bottiglia giusta, ma che da quei batuffoli non ricaverei neanche un boccone. Qui ci vuole una mamma. Chiamo Umberta e il seguito vociante dei ragazzi che J sembra invitare al silenzio, quando i batuffoli prendono a tremare. Mentre si studiano appositi biberon e ci si proibisce di toccare i leprotti, altrimenti perderebbero la selvatichezza e quindi la libertà, tra il fogliame e i grappoli è come se si formasse un gorgo concentrico. Ruotiamo insieme a loro, storditi. L’ultimo sole riverbera sul colore della peluria di J e dei leprotti, aprendoci finalmente gli occhi: è il medesimo. Sono fatti della stessa identica materia. E d’un colpo vediamo le zampe anteriori di J rimpicciolirsi, la sua coda rimpannucciarsi, e lui che saltella, quel bastardo di un dolcissimo cane-lepre, cercando d’intrufolarsi nel covo accanto ai fratellini abbandonati. E’ stato in quel momento che mi sono reso conto di avere bevuto un bicchiere di troppo.
