Menu
Concorso letterario Santa Margherita
LA QUERCIA DEL RE

Due anni, per arrivare a Colombières. E dopo un inverno a spalare la neve dai tetti, sarebbe ripartito, non gli avessero offerto la guardiania delle querce. Al sindaco, un tipo spiccio e rosso di pelo, Pierre andava a genio: un piemontese schivo e caparbio, lungo di gambe, senza tante fantasie. Sulle prime, tra sé e sé ne aveva riso: non è un gran lavoro badare che un bosco non bruci; e se non aveva saputo fare il palo a una banda di rapinatori, c’era da augurarsi che almeno la balia a un gruppo di tronchi sapesse farla, senza darsela a gambe. Così aveva accettato; ed era salito su, a guardarsi il bosco che doveva custodire. Si saliva per un sentiero, largo abbastanza per far passare un carro, ed eccole lì, dietro la curva: cinque querce magnifiche, alte, con i tronchi compatti, quasi morbidi al tatto, dello stesso colore delle pietre di Soprana, o del pelo dei caprioli di montagna. Le querce di Luigi XIV, che si era intestardito a voler navi di scafo robusto, senza nodi nel legno, per domare anche gli oceani: al re non si negava alcun desiderio, e un manipolo di botanici aveva speso anni a selezionare la Quercia Perfetta. Longeva, sana, diritta, resistente alle gelate e alla sete, lenta magari, ma possente, come il monarca che l’aveva voluta. Ed era lì, a Colombières, che Luigi aveva fatto piantare le sue querce e lì accanto che era nato quel borgo di contadini promossi alla cura della piantagione reale. Trecento anni, decade più, decade meno, ed erano rimaste in cinque: ognuna con un intrico di rami diverso, la Bassa, la Grassa, la Lunga, la Magra, la Bella, le aveva chiamate così Pierre, per riconoscerle; e si vergognava, e non l’aveva detto a nessuno – nemmeno a Philippe, con cui divideva una bottiglia di vino buono, la sera – che gli era venuto quell’estro, di nominarle, come si fa con le vacche. Poi, da vecchio, certe timidezze se n’erano andate, insieme ai denti, e che Pierre amasse il vino e chiamasse le sue querce per nome ormai lo sapevano tutti. La prima ad andarsene era stata la Magra, per una gelata notturna che aveva spaccato anche il cannello della fontana; poi era toccato alla Bella, un fulmine se l’era portata via, con uno schiocco secco e una spira di fumo. Quanto alla Bassa e alla Grassa, un’estate torrida le aveva viste deperire, e poi perdere le foglie prima del tempo, e Pierre non ci aveva dormito la notte. Li temeva, quei segni: le piante, come gli uomini, quando arriva il loro tempo se ne vanno. Non si era sbagliato: due primavere e si erano arrese. Tagliandole, l’amara scoperta: quei tronchi senza nodi erano involucri vuoti, ricolmi di segatura, completamente scavati dall’interno da un insetto tenace, venuto da un paese lontano a divorarsi le sue querce. Da allora passava ore a studiare la Lunga, a controllarla. Giù a Colombières lo prendevano in giro, perché lui si incurvava e la Lunga restava diritta, bella e svettante, come l’albero della goletta che non era mai diventata. A fine agosto aveva visto la prima foglia. Un centinaio, in una settimana. Anche la Lunga, l’ultima, la più maestosa... Quel tronco perfetto, voluto dal più visionario dei re di Francia, sarebbe diventato un cumulo di segatura misto agli umori di un insetto invisibile. Si era sdraiato, Pierre, sotto la chioma, a guardare quella danza minuta di foglie nell’aria, si era sdraiato a pensare che presto non ci sarebbe stata più neanche una quercia a cui badare, solo segatura, e se anche quelli si riprendevano la giacca di panno e il distintivo, pazienza, ma di tutto, tra poco, cosa sarebbe rimasto? Quattro settimane. In quattro settimane aveva organizzato ogni dettaglio. Si era fatto aiutare da Philippe, che di vino sapeva tutto. Aveva spedito dieci lettere. E infine avevano risposto, tutti e dieci, dalla Francia, dall’Italia, dalla California e dalla Spagna, dal Portogallo e dal Cile. Si erano dati appuntamento poco prima dell’alba. La motosega era pesante e la cinghia gli mordeva la spalla. Ci vollero tre ore per buttarla giù, senza sciuparla, con delicatezza. Il tronco era perfetto, ancora sano, color nocciola; senza un nodo. Le guardie forestali se ne sarebbero accorte solo dopo qualche settimana. Probabilmente gli avrebbero tolto la giacca di panno verde e il distintivo; oppure lo avrebbero rimandato a Soprana, dodici baite, a mezza costa tra il fiume e la cima, da dove era partito come Pietro Morra, e chissà nel frattempo com’era diventata; o forse lo avrebbero lasciato lì, in domicilio coatto, a guardare le vigne magari, che hanno sempre bisogno di cura. Ma intanto la Lunga viaggiava giù per i tornanti, diretta a una segheria, e poi di lì dal miglior fabbricante di barriques del mondo, e poi, ancora errabonda, fino a nascondersi nel buio di dieci grandi cantine, ad abbracciare vini preziosi, a profumarli di vaniglia e di bosco, lei, la Lunga, voluta da un re per solcare gli oceani.

Scarica PDF