Dattorno, pareti di una cucina; sotto, la tovaglia a quadri. La luce del pomeriggio inoltrato, mandata dalla portafinestra, incendia di paglia la tinta già chiara del vino. Un bicchiere opaco, un graffio qui, due là. Mezzo pieno. Gigi s’è incanutito, davanti al bicchiere. Non perché i cerchi rimasti sul fondo dopo ogni bevuta siano vertigini nelle quali sprofondare per zittire le angosce, né perché il vino l’abbia guidato tra ansie voraci con la vuota promessa di vincerle. Per lui, il bicchiere è sempre stato e rimane, più amichevolmente, la punteggiatura dei bei pensieri. Una risposta ordinata all’urlo, ai sussurri maliziosi e ai frigni del mondo. E ha un tempo, questo bicchiere. Esiste da quattordici anni, arrivato con una partita dozzinale, ma la sua eccezionalità non risiede nella longevità, bensì nel ritmo che sa prendere. Se il medio e l’indice di Gigi gli imprimono un’accelerazione, ruota sul proprio asse di qualche decina di gradi. E col passare dei minuti e l’esaurirsi del vino, il vetro compie un’intera rotazione assieme al lento giro che frattanto prendono i pensieri. Non ha visto nascere le sue due figlie, Rosangela e Rossella, no. Allora Gigi si serviva di un bicchiere rubato in un’osteria dove, nel viaggiare di venditore, pranzava spesso; l’aveva fatto cadere nella borsa dei campioni: un cozzo tra vetro e ferraglia, elementi per rotismo d’orologi. E un giorno eccolo in cocci sulle piastrelle della cucina. Il nuovo, invece, aveva atteso la nascita del primo nipote mentre Gigi rifletteva su quanto riservare, dello stipendio, alla figlia e al genero. Il nonno stravedeva per il bimbo e fantasticava su minimi lussi; in una rotazione di bicchiere aveva deciso per il pensionamento, e in tre giri scelto le parole per chiedere di occuparsi di Matteo, che all’asilo aveva buscato quattro malattie nelle prime otto settimane. Il bimbo ormai è quattordicenne, giocatore di pallone. Gran difensore. In passato avrebbe giocato da libero, ma Gigi ormai non si raccapezza più, coi ruoli del calcio moderno. Pure la bottiglia, in ogni caso, ha un tempo. Una settimana, sei giorni se Gigi indugia pacificamente, sorbendo dunque alcuni centilitri in più rispetto alla dose quotidiana. Compra in paese, da Mario, che ormai è morto; gli è succeduto il figlio. Neanche una volta, in sessant’anni, Gigi ha acquistato confezioni. Gli piace scegliere benché, di regola, si dibatta tra due sole alternative: Müller Thurgau o Pinot Grigio. Gradisce il rosso a pasto, e fuori pasto beve di rado. Unica eccezione, le meditazioni in cucina. Ciascun pensiero e i suoi inviluppi durano un bicchiere, al massimo due, come per la vacanza ad Andalo. C’era già stato con la moglie Lina, a passeggiare nell’aria chiara della montagna. Quand’era partito, un venerdì, lei era morta da tre anni. Millequarantanove vasetti: uno al giorno, a eccezione delle serrate del fiorista del cimitero. Ma neppure la meditazione per Andalo era stata turbata dallo spettro funereo di Lina. A Gigi mancava, quarant’anni di matrimonio non si dimenticano in un sorso, ma la decisione era venuta sull’onda di una vitalità quasi giovanile. Una voglia briosa di muoversi. Il bicchiere, però, adesso è solo. A ottantaquattro anni, nel suo stato di salute, Gigi dovrebbe essere in una corsia d’ospedale, ma la malattia l’ha portato chissà dove. Demenza senile. Il bicchiere, tuttavia, non resta solo a lungo. Malgrado la contrarietà dei genitori, snervati da timori e ricerche infruttuose, Matteo lo fa suo. E per imitare il rituale del nonno principia col vino di suo padre, un rosso fermo, spiacevole sul suo palato di ragazzo. Allora bibite. Il vino più in là, se Gigi fosse tornato o l’avessero trovato cadavere – all’avverarsi di una risoluzione, insomma. E le bottiglie non sarebbero mancate. Dalla cantina del paese, ogni settimana, ché una bottiglia concede al massimo sette meditazioni, eccone una. Gratis. E i genitori di Matteo la mettono da parte. Perché nonno Gigi la beva una volta tornato, o perché la stappi Matteo una volta adulto. Ma col sorriso. Al riparo dal malo pensiero. Nella rotondità delle generazioni, dita giovani sul bicchiere d’un vecchio.
