Letti in un sorso
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Concorso letterario Santa Margherita
ABITUDINI

Quando si dice...Ci sono episodi nella vita che lì per lì sembrano insignificanti e che invece segnano le abitudini delle persone in modo indelebile. Io, in questo, sono un caso esemplare: da trent'anni a tavola, quando mangio del brasato o della carne arrosto, bevo solo e soltanto cabernet. Ho iniziato a berlo nell'ultimo anno di università. E pensare che sino a quei giorni non l'avevo neanche mai assaggiato! Tutto è cominciato nell'inverno del millenovecentosettantanove. Studiavo a Udine e preparavo la tesi. Abitavo con altri studenti in un appartamento in centro, nella via Cavour. Tutte le mattine andavo in facoltà di agraria, a meno di un chilometro da casa, mi chiudevo nella stanza adiacente lo studio del mio relatore, il professor Bordigoni, e lavoravo alla tesi utilizzando un grande tavolo invaso da decine di libri. Scrivevo la tesi a mano, poi, una volta terminata il professore mi aveva autorizzato ad usare la sua macchina da scrivere. Intorno alle tredici uscivo per andare alla mensa universitaria che era poco distante, e lì incontravo i colleghi e vari amici. Per raggiungere la mensa percorrevo alcune strade poco trafficate, pur essendo centrali. In una di queste c'era un'osteria e nel passare cominciai a notare all'interno del locale, dietro i vetri di una grande finestra, un anziano signore di bell'aspetto intento a pranzare. Sulla tavola una bottiglia d'acqua e un calice di vino. Ogni giorno, e sempre a quell'ora, la scena era identica: la persona è al tavolo e pranza, e ha davanti un bicchiere di vino rosso rubino. A partire da un certo giorno cominciò anche lui a notare il mio passaggio, perché accennava un saluto, sorridendomi apertamente. La cosa andò avanti per tutto l'inverno. Vedendomi strizzava gli occhi, sorrideva e certe volte sollevava il calice per un brindisi in mio onore. Io, per scherzare, ricambiavo il suo gesto mimando un saluto militare. Con l'arrivo della primavera, un giorno di marzo, mentre passavo davanti all'osteria, notai che non era al suo tavolo, pur essendo tutto perfettamente apparecchiato anche con il calice al centro della tovaglia. Pensai si fosse spostato e tirai avanti senza dar peso. Nei giorni seguenti però la scena era sempre uguale: piatti e posate, calice rosso, ma nessuno a tavola… Cominciai a chiedermi come mai, perché in fondo a quello scambio di saluti mi ci ero affezionato. Chissà perché mi ero convinto, senza una ragione precisa, che lui fosse un vecchio professore di liceo con la nostalgia per gli studenti. Trascorsero dieci giorni senza che ricomparisse al suo tavolo e a quel punto non seppi trattenermi ed entrai nel locale per chiedere di lui. Mentre varcavo la soglia l'oste era già lì, sembrava mi aspettasse, tanto che non dovetti dare spiegazioni ma solo accennare al tavolo vuoto sotto la finestra. Lui prima mi invitò a sedere a quel tavolo, quindi prese a spiegarmi il perché dell'assenza di Zeno Marcon, così si chiamava il vecchio signore. Mi disse che Zeno la settimana prima si era sentito male nella sua casa, l'appartamento sopra l'osteria. Un improvviso aneurisma addominale non gli aveva dato scampo e in poche ore era deceduto, e aveva ottantanove anni. Chiesi il perché del calice col vino che continuavo a notare da fuori, e lui mi raccontò che il professore, non di liceo come avevo immaginato bensì Ordinario di Fisica Teorica, forse sentendo arrivare la fine della sua lunga vita, gli aveva raccomandato di mantenere il tavolo imbandito col calice del vino in evidenza sino a che lo studente, cioè io, nel quale rivedeva se stesso giovane, non fosse entrato in osteria per chiedere sue notizie. A quel punto l'oste avrebbe dovuto invitarmi a tavola e offrire a me il suo pranzo abituale: brasato e cabernet. E questo mangiai quella volta, sentendo una certa commozione per quel professore che mi aveva preso in simpatia. Da quel giorno decisi, seduta stante, di ricordarlo sempre così, con un calice di cabernet davanti ad un piatto di carne.

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