Letti in un sorso
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Concorso letterario Santa Margherita
OMBRE CINESI

Nella penombra di quel ristorante scavato nella roccia, l’investigatore non si sentiva a suo agio. Aveva la mente confusa, ma avvertiva di dover seguire un pensiero. La chiave per risolvere il caso. “Non si fa così, andiamo! - il sommelier, che per un soffio non era stato testimone dell’omicidio, aveva tranciato un giudizio netto, senz’appello - Non è uno di noi, mi creda. Mai avrebbe compiuto quell’errore. Una cosa inaccettabile. Inaccettabile!”, aveva ripetuto l’ultima parola, scandendola e punteggiando l’aria con indice e pollice saldati fra loro. Non un esperto di vini, quindi, ma allora chi?
La vita dell’avvocato – pace all’anima sua - era stata rivoltata come un guanto. Dalla polizia. E poi da lui, investigatore privato più incline ai sussurri che ai do di petto. Aveva scavato ben più a fondo, senza i laccioli della legge. Risultato? Niente. Nessuna crepa, nessuna falla. Donne? Zero. Gioco? Zero. Affari sporchi? Zero, zero, zero! L’avvocato, in vita, era una statua di sale. Come adesso, che in vita non era più.
E non per scelta sua.
Gli unici amori? Flute, calici, Gran Cru. E poi bottiglie d’annata. Amen. Anzi, Prosit. Nemici? Macché. No, forse una, dal nome strisciante come un serpente a sonagli: filossera. Ma quella ammazza le viti, non i cristiani; quella attacca i filari, non affonda una lama dritta nel cuore della gente. O di un avvocato con la passione del vino, che era passato da un barrique a una bara nel breve volgere di un assaggio.
L’ultima volta, il sommelier l’aveva visto bere nell’enoteca del borgo medievale, dietro un tendaggio di cotone chiaro, in compagnia di una fanciulla dai capelli fluenti. Impossibile descrivere il loro colore. O il suo viso. Le ombre cinesi evocano, tratteggiano, non fotografano. Ma aveva colto quel gesto che ti marchia a fuoco, che divide i buoni dai cattivi. “E’ escluso che fosse un’esperta”, aveva sentenziato il sommelier. Ma era l’ultima che l’aveva visto. E che lo aveva accompagnato fuori del locale e che, probabilmente, gli aveva trafitto il cuore.
Più facile dire del vino, le bottiglie comunicano a chi le sa guardare, seppure dietro una tenda. Un vino vivace, probabilmente un brut dal finissimo perlage. L’avvocato l’aveva osservato in controluce, l’aveva annusato con il flute immobile, poi aveva annuito e l’aveva assaporato lentamente. La donna lo aveva imitato. Però un gesto l’aveva tradita. Solo un gesto, una pista di una labilità fumosa, ma anche l’unica rimasta. E che tuttavia lo faceva vibrare come un’ancia.
L’ultima statuina di quel teatrino era di fronte a lui. Una donna affascinante. Con i capelli corti. Neri come il nero di seppia. Che sussurrò in un soffio: “Non mi ha ancora detto a cosa devo l’onore…”.
La donna sorseggiò lentamente il suo Luna dei Feldi e socchiuse gli occhi quasi a rincorrere l’equilibrio di quel bouquet – uno e trino - che si diceva magico. Poi gli sorrise anche con gli occhi. Le sue pupille azzurrissime saettavano luce da due fessure indolenti. Il profumo di muschio del locale si miscelava con quelli inebrianti del vino. “Uno sguardo come il suo - rispose - vale sempre il disagio di uscire di casa” e vuotò in un colpo il suo bicchiere, con un gesto da bevitore di whisky. La donna assaporò con la punta del cucchiaio la sua crema di crostacei, intrecciò le dita e lo fissò con sguardo obliquo, quasi con canzonatura.
Le parole galleggiarono senza approdare a nulla, finché il cameriere non portò il dessert e stappò l’ultima bottiglia, che li avrebbe condotti nel limbo ovattato del dopocena. “Cioccolato, panna, meringhe e marron glacés” sussurrò assaporando un cucchiaino di dolce di castagne. Poi sollevò un flute appena riempito di un Pinot brut Blanc de Blancs. “Secco e vellutato – disse - proprio come la carezza di un uomo”, la sua voce tradì un riverbero di ruvidezza, appena stemperata da un movimento quasi impercettibile delle sopracciglia.
L’investigatore fu pervaso dai brividi. Ma prima di capirne il motivo, si scoprì ipnotizzato dalla mano di lei che reggeva il flute di fronte a sé. C’era un vuoto che andava colmato. Un vuoto in quella storia, un vuoto di una manciata di secondi che andava saturato con un gesto, quello che avrebbe dato un volto all’ombra dietro quella tenda. La stessa ombra che aveva preso vita e aveva infilato una lama nel cuore del suo compagno di calice.
Restarono appesi l’un l’altra come due trapezisti nel salto della morte. Poi il gesto arrivò puntuale. Prima di annusare il nettare frizzante che scalpitava nel flute, la donna roteò il vino nel bicchiere più e più volte, con una centrifuga decisa che all’investigatore fece scattare qualcosa dentro. Le parole del sommelier gli esplosero nelle orecchie come una mina. “Non si fa, con i vini frizzanti non si fa così, andiamo!”.
La donna capì che era accaduto qualcosa e stentava a riacciuffare l’atmosfera che si era sgonfiata come un palloncino bucato.
L’investigatore la fissò per qualche attimo senza parlare. Poi sillabò: “Perché si è tagliata i capelli, madame?”.

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