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Concorso letterario Santa Margherita
PURCHÉ SE NE PARLI

Lo ripetevano tutti, fa' buon viso a cattivo gioco.
Oppure dicevano: è un'occasione che va sfruttata.
O ancora: se ne parli male, purché se ne parli.
Dicevano che doveva sforzarsi di avere una mentalità imprenditoriale.
Ma Ennio voleva solo fare del vino. Del buon vino. Lo aveva desiderato per tutta la vita, no? Timbra cartellini, compila moduli, manda fax. E coltiva un sogno.
Beh, Ennio il suo sogno lo aveva realizzato, e a lui andava bene così. Dopo trent'anni di routine nella contabilità di una ditta di trasporti,
aveva investito la sua liquidazione, ed ipotecato il suo appartamento, per mettere in piedi una piccola azienda vinicola, trasformando il piccolo capitale in vitigni Pinot di quindici anni di età, avvinghiati a fili tesi fra un palo e l'altro secondo il metodo Guyot.
Sembravano lattanti in grembo ad un esercito di bambinaie, e raccontavano il suo amore. Grappoli luminosi attraversati da venature ramate. Giallo, verde ed oro, i colori della felicità di Ennio: a vederli, i filari sembravano le minuscole pennellate di uno qualsiasi degli impressionisti.
Ma con l'avvento delle molotov tutto cambiò, e chiunque conoscesse Ennio principiò a ripetergli: se ne parli male, purché se ne parli. Le molotov erano apparse in televisione quando a Milano la Digos aveva fatto irruzione nell'appartamento di un noto parlamentare, sequestrando diciotto fucili, un paio di pistole e quattro bombe incendiarie. Qualcuno disse che il politico sosteneva gruppi di separatisti veneti, altri sostennero che in realtà egli fosse un jihadista, altri ancora si animarono nello spiegare che si trattava di un tentativo di sovversione alimentato dalla massoneria, e ci fu chi dichiarò di avere le prove che c'entravano le brigate rosse.
L'unica certezza erano le quattro molotov, che, scintillanti per via dei flash dei fotografi presenti alla conferenza stampa della polizia, mettevano in bella mostra la loro etichetta: Pinot Grigio Casale Ceri. Ceri come Ennio Ceri.
Le molotov erano state infatti confezionate con le bottiglie del vino prodotto da Ennio, messe davanti alle telecamere, mandate in onda per giorni e pubblicate a più riprese su tutti i principali quotidiani, in prima pagina.
Tu manchi di mentalità imprenditoriale, disse la moglie di Ennio. E aggiunse: se ne parli male purché se ne parli, sfruttiamo quest'occasione. Questa è pubblicità gratuita! Ma Ennio voleva solo fare del vino. Uve raccolte a mano, pressatura soffice, fermentazione controllata in acciaio, riposo su fecce fini.
L'aveva sognato ad ogni bolla di trasporto timbrata durante i decenni di prigionia lavorativa. Mezzi e procedimenti, certo, si erano rivelati moderni e luccicanti, più di quanto Ennio avesse immaginato, ma nulla avevano alterato del suo amore per la terra argillosa, per la vite gonfia di Sole, per i calici pieni di vino giallo paglierino.
Gli enologi dicevano che il suo pinot sprigionava aromi di pera e crosta di pane; lui ci sentiva l'odore del vento altoatesino, e quello delle sue mani che raccoglievano l'uva insieme a quelle dei suoi dipendenti.
Ma le molotov sconvolsero tutto. I vignettisti disegnarono le sue etichette sui quotidiani nelle rubriche satiriche. Partiti politici utilizzarono il nome Casale Ceri per giochi di parole alla base di propagande formato settanta cento. Le persone vicine ad Ennio lo convinsero, o lo costrinsero, a cavalcare l'onda.
Venne ingaggiata un'agenzia di comunicazione, furono staccati diversi assegni e il risultato fu Molotov, Un Esplosione di Gusto, stesso vino ma etichetta diversa. Le vendite decollarono ma durò poco. Il politico venne prosciolto: era vittima di una macchinazione a suo danno ad opera dei separatisti, o dei massoni, o dei brigatisti, e la Casale Ceri venne accusata di cinismo, di aver sfruttato la sofferenza di un innocente. Boicottata dal mercato, perseguitata dai creditori e lentamente condotta al fallimento. Che se ne parli male purché se ne parli. E dire che Ennio voleva solo fare del vino.

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