Cosa fai, ti sei messo a bere il vino della concorrenza?! L’unica cosa che, ripensandoci, mi è dispiaciuta era
di non aver visto l’espressione della sua faccia, mentre mi rivolgeva quella domanda, occupato come’ero ai fornelli.
Per il resto, avevo premeditato tutto. I fratelli Canigazza, Gino non poteva sopportarli. Erano vignaioli come lui,
venivano dalla stessa strada, dalla stessa terra. Coltivavano vigneti attigui, eppure, non era mai riuscito
a carpire il loro segreto – se di segreto si trattava, a spiegarsi perché il loro vino era considerato migliore del suo.
Di certo Gino non si risparmiava nel suo lavoro e aveva una grande passione per le sue viti.
Le potava con cura, ne seguiva la crescita, vigilava con attenzione su tutte le fasi della produzione, dalla vendemmia,
alla spremitura dell’uva, fino all’imbottigliamento. A volte era lui stesso a mettere i tappi alle bottiglie, lo rilassava, diceva.
I suoi vigneti erano, se possibile, ancor più belli e rigogliosi di quelli dei confinanti,
ancor più curati, i grappoli dell’ultima raccolta ancor più ricchi e sani, come amava ripetere nelle annate buone,
eppure, mancava sempre qualcosa.A sentire gli altri, almeno.
Il vino di Gino, in realtà, era davvero molto buono, nessuno avrebbe detto il contrario,
ma chissà perché quello dei Canigazza era universalmente riconosciuto come il migliore della zona.
Stessi appezzamenti, stessa esposizione ai raggi del sole, alle intemperie. Non c’era volta che Gino,
dopo aver guardato la distesa dei vigneti, non si chiedesse, perché? Perché dalla cantina di quei due tizi
che avevano affidato ad altri la loro vigna, senza preoccuparsene troppo, continuava a uscire un vino dall’anima eletta,
mentre lui, che dedicava le cure più amorevoli alle sue viti, non riusciva a ricreare quel profumo intenso
che invadeva le sue narici ogni volta che passeggiava tra i filari, quel gusto morbido e rotondo
che percepiva all’assaggio dei primi acini d’uva matura.
Sì, stasera beviamo quello, avevo detto indicando la bottiglia già aperta sul tavolo
- il rosso si sa, ha bisogno di prendere un po’ d’aria prima di arrivare al bicchiere -
sai, avevo continuato, per le grandi occasioni ci vuole il meglio! Non fosse che sto a cinquanta chilometri
e sono già le otto, andrei a casa a prendere una bottiglia delle mie, aveva risposto dissimulando un certo distacco,
mentre teneva la bottiglia in mano senza sapere bene che fare.
Al diavolo, aveva sbottato poi, io stasera bevo acqua. Anche quando eravamo piccoli, il mio fratellone è sempre stato uno orgoglioso,
ma ormai, sono passati un po’ d’anni e per fortuna so come prenderlo. Dai Gino, non fare il permaloso, gli avevo detto,
bisogna conoscerla la concorrenza per batterla! E così dicendo avevo versato due mezzi bicchieri.
La serata poi era trascorsa piacevolmente, merito della mia cucina e di Gino, che avrà anche tanti difetti,
ma di certo non è uno che tiene il muso.
Gli passa presto e all’occorrenza sa anche chiudere un occhio, se non entrambi.
Sapevo che avrei potuto osare. Avevamo parlato come non ci accadeva da tempo, delle nostre famiglie,
con le rispettive mogli ora al mare con i bambini, del lavoro, dei nostri piccoli grandi progetti,
di tutti quegli elementi di contorno, che alle fine ti riempiono la vita.
Ma sai cosa mi piacerebbe fare davvero? mi aveva detto assorto. Un vino come questo, aveva confessato,
indicando con la testa la bottiglia vuota dei Canigazza. Riuscire a fare un vino come questo.
Se lo ascolti bene, ti racconta qualcosa di chi l’ha fatto, delle mani che hanno potato e poi raccolto.
Non importa l’etichetta e il nome, un vino come questo, che ti scalda il cuore. Beh, se è per quello, non è difficile,
è solo una questione di imbottigliamento, credo. Gli avevo detto con un sorriso furbo.
Basta svuotare una bottiglia dei Canigazza e metterci dentro un po’ del tuo. Era tutta la sera che aspettavo quel momento.
Lui non aveva capito subito. Ma come, vuoi dire che…abbiamo bevuto il mio?!
Già, buon compleanno fratello!