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Concorso letterario Santa Margherita
SEGUI LA FRASCA

Le tovaglie sono color crema, la divisa nera. Il nero fa eleganza. Sala-cucina sono 12 passi, porto 3 piatti per mano, se non sono bollenti. Si serve vino alla mescita e in bottiglia. 700 etichette. Per gli stranieri ogni vino è delicious e ti danno la mancia.
Il padrone ha occhi di mastino.
Mostro l’etichetta del vino, col coltellino incido la carta che avvolge la bocca della bottiglia, viene via a spirale: tappo di sughero, il più difficile. Cerco il centro, lo punto col cavatappi, affondo. Occhi di mastino aspetta che sbagli, mi fissa, col peso su una gamba, culo in fuori, ogni tanto tira su col naso. Faccio leva. Spoc. Faccio assaggiare. Il cliente prosegue il rito.
Al tavolo accanto una contessa propone treni riservati ai nobili, dove non debba provare l’imbarazzo dell’ultima volta, quando nel vagone si ritrovò l’unica a essere non comune. Poco prima ha rifiutato un vino da 230 €, perché sapeva di tappo. Chef ha detto che il tappo ce l’ha nel cervello; Moshur, il chimico indiano che fa il lavapiatti, ha assaggiato e ha detto no tappo chef; occhi di mastino ha dato di matto, si è chinato a 90: si scusa e tira su col naso, si scusa e tira su col naso. Il primo giorno di lavoro disse che avrei servito gente superiore.
Quando ho i piedi cotti, due coltelli mi s’infilano nelle scapole e accumulo un buon numero di tappi, la serata termina. Fare la lista dei vini venduti è interessante: enogeografia. Occhi di mastino conta l’incasso, io porto fuori l’immondizia, occhi di mastino dice muoviti, deficiente.
Sul notturno che mi porta a casa, penso alla vendemmia, in paese. Il giorno della vendemmia si sceglieva per come erano l’uva e la luna. Si percorrevano i filari della vigna passandosi secchi da riempire e riversare in cassette, depositate alla fine di ogni filare.
Zia Pasqua ogni mezz’ora lamentava un dolore; zio Santino raccomandava ogni grappolo a s. Francesco e seguiva le sorti di quei grappoli dalla vigna fino alla cantina e poi fin dentro il bicchiere da cui, bevendo, avrebbe riaccolto in sé quei figli e con essi la benedizione del santo.
Nonna metteva un fazzoletto in testa ai nipoti, dopo aver messo il suo, nero di lutto: ci chiamava ricchizzeddre, le sue ricchezze. Era veloce coi secchi e mi sorrideva perché ero fatto grande e potevo usare il coltello. Borbottava a volte, ma era contenta di quella giornata di festa che univa famiglia terra e vino in un miscuglio di mani appiccicose, bambini che piangono, trattori con uva che traballa, pane e formaggio da distribuire. Al fidanzamento nonno le portò una rosa e le disse portami il tuo cuore.
Sull’autobus, adesso, una in minigonna mi guarda, poi si volta facendo ondeggiare capelli come seta.
Mia madre e le mie zie pestavano l’uva nel grande tino, con le gonne alzate, le cosce come colonne scure, le api che le flagellavano. Quando il mosto era pronto, nonno ne prendeva un sorso e brindava a chi ci vuole male! Era concesso assaggiarlo anche a noi: fa sangue, diceva zia Pasqua e ce lo imboccava. Tornavamo a casa col muso rossiccio e facevamo la fila per la vasca da bagno, zia Pina ci lavava due per volta: maschi con maschi, femmine con femmine. Alla TV c’era miss Italia, le mie cugine si addormentavano sognando lunghe cosce magre, senza un graffio, così diverse da quelle che pestavano nei tini; a noi maschi veniva duro, si vedeva dai pigiami. Mio fratello dormiva abbracciato a Candy Candy.
L’autobus imbarca ora dei ragazzi brilli e rumorosi. Ricordo allora un’altra festa: l’apertura delle botti. Quelli che avevano la vigna, apprestavano tavoli davanti alla porta di casa e offrivano vino novello con pane, taralli, soppressata: l’happy hour che occhi di mastino sconta al 15%.
Nei vicoli, frasche appese ai muri indicavano la via che conduceva a una botte. Si diceva segui la frasca.
I vecchi giocavano a carte e ordinavano un quartino. Il bicchiere era unico. Se io sbaglio il bicchiere del vino che servo, occhi di mastino mi declassa da deficiente a coglione.
Nonna faceva tanta pasta da sfamare mezzo paese. Il sugo coceva per ore con ossa di maiale. Or’ e stiddre, oro e stelle, il gatto di casa, si aggirava sotto i tavoli per rubare un pezzo di carne o formaggio. Nonno sedeva a un tavolo e bandiva l’acqua, che fa ruggine; poi si ubriacava e raccontava decine di volte gli stessi fatti. Zio Santino predicava di non lasciare bicchieri a metà, che porta male, e di non versare vino su vino, che ti nasce un figlio prete. Se invece per sbaglio cadeva del vino, portava bene: ci si bagnava le dita e dietro l’orecchio. Occhi di mastino mi licenzierebbe ora e per la mia prossima vita.
Intanto sono sceso alla mia fermata. Dal parco viene odore di terra. Una sera di tanti anni fa, nonno mi portò alla vigna. Ci sedemmo, attraverso la tela dei pantaloni sentii l’umidità bagnarmi le natiche. Nonno tastò la terra con la mano, la prese tra le dita, l’assaggiò e rimase lì a masticare zolle per un poco. Poi disse ne verrà un buon vino.

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